In questi anni in cui la parola "identità" ha un corso così largo, io propugno un’idea in fondo vicina al comune buon senso. Nessuno di noi appartiene a un solo gruppo umano. La stessa persona può essere un’italiana, una donna, una cittadina di Mantova, una persona di sinistra, una professoressa di matematica e un’appassionata di pianoforte e di pittura rinascimentale. Tutto ciò, tutto insieme, contribuisce alla sua identità. La violenza è nell’essere costretti a scegliere un solo dato: sono un musulmano, sono un cristiano, sono un induista. Anche qui, invece, conta il contesto: se sono vegetariano e vado a cena con amici, essere vegetariano è significativo. Ma se vado a votare, nel seggio il mio vegetarianesimo non c’entra. Rabindranath Tagore parla di "lealtà", da un lato, e di "scelta": posso far "mio" un aspetto di un’altra cultura che mi piace. La cultura non deriva solo dal luogo in cui siamo nati. Questo è l’errore del multiculturalismo. Il sistema educativo, le relazioni sociali, la vita, ci offrono altre possibilità. Come economista so bene che esistono i vincoli. Ma poi, appunto, ci sono anche le scelte».
Un antropologo italiano, Francesco Remotti, autore di un saggio su questo tema, Contro l’identità, già dieci anni fa, quando in Italia la Lega sosteneva un modello identitario basato sulla fobia isolazionista, proponeva quello che possiamo chiamare il «paradosso del cannibale»: il cannibale che, dopo averlo ucciso, "mangia" il nemico per assimilarne coraggio e valore, è, per paradosso appunto, ci diceva Remotti, il paradigma cui ispirarci.
Lei ritiene che in questi ultimi cinquant’anni, con l’esaltazione delle «differenze» e i «culture studies» si sia sprecato tempo e che basterebbe tornare indietro alla «Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo» del 1945?
«La Dichiarazione del ’45 è importante perché, per la prima volta, stabiliva che libertà e diritti umani sono propri di ogni individuo, viva in democrazia o sotto una dittatura, in Italia o in India, in una colonia - allora ce n’erano ancora molte - o come cittadino d’una potenza imperiale. Ancora oggi è valida. Ma, dopo cinquant’anni, abbiamo nuovi problemi: per esempio è cambiata la mobilità, a quel tempo un fenomeno che vedeva soprattutto i cittadini dei paesi ricchi muoversi verso le colonie, mentre oggi sono al contrario le masse di diseredati che emigrano e si sono globalizzati. L’economia è come le malattie. Quella Dichiarazione va aggiornata e arricchita, alla luce di ciò che c’è di nuovo».
Intervista di Gad Lerner a Amartya Sen Premio Nobel per l'Economia
Bisogna prendere atto che l'Italia è un Paese piccino piccino,lontano anni luce dal modello sociale della Gran Bretagna,da quello francese e ora anche da quello spagnolo.Da noi impera un provincialismo assoluto,che ora sta per essere fagocitato dai rigurgiti fascisti.Non esiste un intellettuale di destra che possa argomentare seriamente sugli aspetti del multiculturismo o del comunitarismo.Si riaffaccia il pericolo della destabilizzazione,fomentata dalla destra durante gli anni delle stragi di Brescia Milano Bologna...
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